Per necessità o virtù, che ci piaccia o no, la mobilità si identifica come l’attuale modello di riferimento, comportamentale e professionale. La precarietà e la complessità odierna va affrontata con un’attitudine più indipendente, flessibile e creativa. Occorre essere nomadi per o condurre questa fase di cambiamento, con un’identità aperta e multiforme, capace di muoversi tra New York e Milano, da Facebook a Fox Crime.

 

Il successo dei brand si fonda su un pensiero creativo veloce, flessibile e immediato, che non processa ma combina in modo originale elementi e stimoli a disposizione di tutti, permette una rielaborazione e un adattamento che rispetta l’individuo e favorisce le risorse del suo microcosmo.

 

In questo quadro la rilevanza culturale locale diventa il codice linguistico tra marca e consumatore e apre una nuova dimensione di servizi più estemporanei ma paradossalmente più accoglienti, specie se pensiamo al nomade e alla sua relazione tra casa e viaggio, tra mezzo e territorio.

 

Ad esempio, il mercato turistico conosce bene la diffusa capacità di scelta dei nuovi vacanzieri, più o meno nomadi ma sicuramente sempre più consapevoli dei benefici che derivano dalla fruizione di una vacanza breve e vicino a casa, sempre più autonomi nell’organizzare da soli i propri viaggi nella convinzione di poter “fare meglio, spendendo meno”. Così, se aumenta la frequenza delle partenze, diminuisce la fedeltà ai tour operator che devono proporre esperienze accessibili ma altamente coinvolgenti, servizi eccellenti limitati nel tempo e nello spazio.

 

Un ultimo pensiero. Oggi, gli utenti della rete riconoscono e premiano (coinvolgimento) la vicinanza e la relazione con il proprio territorio, l’impegno personale di chi lo rappresenta e di chi lo racconta aprendo le porte a una partecipazione non esclusiva, breve e veloce come un “re-pin” o un “re-tweet”.